Gli scioperi li fanno di lunedì per allungare il weekend e sono pagati dai sindacati.
Un lavoratore che sciopera rinuncia a una giornata di stipendio, e tra le funzioni dei sindacati c’è proprio quella di organizzare queste giornate per ottenere i massimi risultati. Negli anni in cui le lotte per i diritti erano veramente di massa, esistevano casse di resistenza foraggiate dal basso proprio per coprire le mancate entrate dei lavoratori negli scioperi, che a volte si protraevano per settimane intere per costringere i datori di lavoro a riconoscere i diritti. Di fronte a un lavoratore in sciopero, tutti si devono togliere il cappello perché il più delle volte sta scioperando non solo per i propri diritti, ma anche per quelli di chi, per diversi motivi, non si unisce alla lotta.
Scioperano per la Palestina e non per tutti i problemi che ci sono in Italia.
Tantissime delle persone scese in piazza negli ultimi giorni hanno una lunga storia di attivismo nel proprio territorio, nei posti di lavoro, per l’ambiente, per la scuola o la sanità. Spesso sono le persone che per prime impegnano il proprio tempo libero per organizzare manifestazioni su diversi fronti, per diritti che li riguardano in prima persona o per le giuste cause. Nel mondo ci sono solo due razze: chi sfrutta e chi è sfruttato. Quando qualcuno si attiva per l’indignazione mostrata per i diritti calpestati di un popolo lontano, oppresso e martoriato c’è da applaudire, non recriminare.
Se manifestando spacchi una vetrina passi dalla parte del torto.
Anche questo non è esatto. Lo sciopero è per sua natura il momento di rottura con lo status quo, uno strumento per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica. E ricordiamoci che dall’altra parte ci sono le forze dell’ordine, che possono evitare di impedire ai manifestanti di interrompere il servizio pubblico e occupare i binari – come accaduto a Napoli – oppure rispondere con la repressione e lo scontro – come alla stazione di Milano. 2) Questi episodi vengono dopati dai media oltre ogni ragionevole dimensione, anche quando isolati, e anche quando è evidente la mancata copertura delle ragioni delle manifestazioni da parte del sistema mediatico, servo dei gruppi industriali che finanziano l’editoria. Per loro, una vetrina rotta è un danno maggiore di decine di migliaia di vite innocenti spezzate.
Il vostro sciopero non cambierà niente per la situazione a Gaza.
Perché invece, non fare niente? Non possiamo sapere fin dove una mobilitazione potrà portare, se restiamo fuori ad aspettare che il governo o i potenti che banchettano con le industrie di armi facciano qualcosa al posto nostro. Se avessero pensato così i partigiani e le partigiane dagli anni dell’esordio del fascismo e il movimento operaio nel dopoguerra, non avremmo una scuola in cui studiare o un ospedale pubblico in cui curarci.
Il 3 ottobre sciopero generale, il 4 ottobre a Roma!
