Perugia ha affidato a Guarducci il centro storico. La sua anima che viene trasformata e ridotta a un grande centro commerciale. Eurochocolate è una Festa dei Ceri al contrario, in cui l’identità del luogo e la sua storia vengono succhiate e sputate nella fabbrica dei consumi. È l’intera comunità del centro che viene costretta a subire una sagra priva di rapporto con la città.
Eurochocolate cala come un’astronave aliena, con tutti i suoi soldi, con tutte le sue truppe, ed estrae la storia più comoda della città per venderla a una massa di turisti che si fanno migliaia di chilometri senza chiedersi nemmeno dove sono. Eurochocolate potrebbe spostarsi in altre luoghi senza problemi, come un centro commerciale che chiude e riapre da una parte all’altra del paese.
Chi anima questa occupazione del centro storico, fin dall’inizio è un Willy Wonka della Nestlé, che potrebbe diventare pure sindaco di Perugia anche gli altri giorni dell’anno. In Umbria, ormai, la politica la fanno gli imprenditori, ai quali ci si piega senza troppo esitare. Bandecchi a Terni dovrebbe essere d’esempio per Perugia, perché se continuiamo così potremmo anche noi trovarci nelle stesse condizioni. I partiti che hanno governato questa città non hanno mai avuto la forza o il coraggio di ragionare su questa rassegna in chiave critica.
E in pochi abbiamo segnalato la necessità di riflettere su cosa sia la Filiera del cioccolato a livello globale, oltre che l’impatto di questa manifestazione genera sulla città. Ci pare doveroso allora ribadire che come abitanti di Perugia ci sono delle cose che non possono passare sotto silenzio. La più importante è capire chi sono le aziende che vengono a farsi l’immagine e a vendere i loro prodotti durante questo evento.
Che rapporti hanno con l’economia del genocidio, che produzione hanno e come impatta con l’ambiente, come trattano i lavoratori e le lavoratrici della Filiera. Nel tempo, le amministrazioni hanno allontanato le voci critiche e le esperienze di economia alternativa del cioccolato. Lo hanno fatto con criterio. Perché la politica deve essere cancellata, come le voci critiche. Cercando di espellere la politica dalla sagra del cioccolato, si è disciplinata la città alla passivizzazione consumistica, non solo privatizzando il cuore di Perugia, ma negando voce alla città di sotto, quella che non ci sta.
Noi vi diciamo che dobbiamo consumare altro cioccolato, quello che non alimenta questo sistema, perché anche consumare consapevolmente è una scelta politica. Come lo è il boicottaggio, come lo è scioperare. Ci è parso doveroso allora, proprio da parte nostra che lavoriamo sulla produzione senza sfruttamento, su una idea diversa di economia solidale e mutualistica, mettere un punto su questa vicenda.
Farlo riprendendoci la piazza, portare in Strada la scelta di un’altra economia, scendere in piazza per dire che le aziende che hanno le mani sporche di sangue non possono e non devono rifarsi le immagine con la nostra città. Che chi è complice del genocidio in Palestina va sanzionato. Boicottato. Scendiamo in piazza per dire che chi sfrutta per la fame di profitto va trattato senza i tappeti rossi che purtroppo questa amministrazione stende, senza riflettere su chi ci cammina sopra.
Di seguito, il testo di convocazione della manifestazione di venerdì 21 novembre:
FUORI EUROCHOCOLATE DA PERUGIA
Venerdì 21 novembre ore 18:00, concentramento in Piazza Partigiani
Contro Eurochocolate… Con la resistenza palestinese!
Dopo oltre 70 di apartheid ai danni del popolo palestinese, dopo due anni di mobilitazioni contro il genocidio messo in atto dal governo sionista israeliano, dopo che in tutto il mondo le persone sono scese in piazza contro il massacro sistematico di civili e la distruzione di ospedali e scuole, non è possibile che venga permesso alle aziende che fanno affari con Israele di avere un posto nel centro storico di Perugia. Tutti gli abitanti di questa città sanno che Eurochocolate è una vetrina delle multinazionali che affamano il mondo con le colture transgeniche, i fertilizzanti, i salari da fame e la concorrenza sleale. Queste sono le stesse aziende la cui ricchezza si basa su una violenza strutturale che colpisce soprattutto le donne: nelle piantagioni di cacao, dove le lavoratrici sono relegate nei ruoli più precari e pagate una miseria; e dentro i loro stabilimenti, dove la doppia fatica di essere donne e lavoratrici viene sfruttata per massimizzare i profitti. Aziende che non si fanno problemi a investire in luoghi in cui i paramilitari uccidono le persone che difendono i popoli nativi e gli ecosistemi minacciati dai loro progetti. Aziende che stringono la mano a criminali di guerra come Netanyahu e i suoi ministri.
Tra queste, Nestlè, legata alla proprietà del colosso alimentare israeliano Osem, è per questo stessa sotto attenzione del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Un’azienda i cui piani di licenziamento alla Perugina non sono un incidente, ma l’applicazione di un modello di sfruttamento che nelle filiali del Sud del mondo si traduce in pratiche di sfruttamento odiose: la negazione dei diritti di maternità, l’esposizione a turni estenuanti e molestie sul lavoro, e la sistematica preferenza per l’assunzione di donne nelle mansioni più repetitive e meno pagate, per sfruttare la loro presunta “docilità”. Aziende controllate da fondi di investimento che vivono di speculazioni immobiliari, come quelle che sta preparando Trump (e non solo) quando afferma di voler riempire le spiagge di Gaza con resort per ricchi di tutto il Pianeta.
Se non vi basta ciò che succede davanti al nostro mare, nel Sud del mondo, ricordatevi cosa hanno prodotto per Perugia queste aziende che avete davanti. La turistificazione dei centri storici: sempre più inaccessibili per famiglie a basso reddito. Le monoculture di noccioleti, come nell’orvietano dove la biodiversità è minacciata dalla riconversione delle attività agricole. I deserti industriali, come quello che si prospetta dopo l’annuncio di Nestlè di tagliare il personale alla Perugina.
Alla luce di tutto ciò non possiamo che opporci ad un mostro come “il museo del cioccolato”. Una vetrina attaverso la quale vengono sistematicamente negate tutte le nefandezze di questa filiera. Uno spazio tolto alla nostra città, ai produttori locali, al commercio equo, a modelli economici alternativi a quelli dominanti.
Stanchi di essere una vetrina, vogliamo tornare ad essere abitanti di questa città ribelle! Con la resistenza palestinese! dopo le intense mobilitazioni degli ultimi mesi, lanciamo un appello a tutte le forze cittadine perché Perugia non venga messa a disposizione dei complici del governo di Israele.
